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La barca ha appena ormeggiato, un barcone da pesca dipinto di rosso corallo, molto largo, di una forma sconosciuta da noi, lunga una decina di metri, dal bordo basso e in parte sfasciato. E’ accostata alla motovedetta che l’ha rimorchiata con tutto il suo carico, un brulichio di sguardi rivolti all’in su, illuminati a giorno. Sono arrivata appena in tempo per vedere scendere dalla banchina, uno ad uno, centonovantadue uomini, dai venti ai cinquant’anni. Si allineano docili in file di cinque, intimiditi, come sulla soglia di una festa in cui si siano imbucati per irrefrenabile curiosità, poi su ordine dei poliziotti si accovacciano, restando sui talloni sollevati nella posizione ‘asiatica’ di riposo. Regna un silenzio solenne, la scena a l’intensità di una cerimonia religiosa e verrebbe voglia di scoppiare a piangere per sciogliere la tensione. Potrebbero essere kurdi o pakistani.
E se tra loro ci fosse quel marito che ha appiccato fuoco alla moglie alla moglie perché dopo due anni di matrimonio ha dato alla luce una bambina? O quell’altro marito che invece ha decapitato la moglie che non gli ha servito in tempo il pranzo?
Alcuni sono scalzi e con i piedi fasciati, altri hanno scarpe da ginnastica, altri ancora scarpe nere della festa, con il calcagno fuori che ne schiaccia il bordo.
“Welcome in Lampedusa” li accoglie un giovane poliziotto, mentre un altro passandogli accanto mormora: “Che tristezza, come stanno?” “Morti du friddo”. Tremano, con addosso camicie leggere e magliette fradicie. Ce n’è uno con un abito color melanzana di un tessuto sintetico che gronda acqua, deve essere come avere addosso un pesante scafandro. L’avrà comprato per il viaggio, il vestito buono per gettarsi nel mondo.

da Maria Pace Ottieri, Quando sei nato non puoi più nasconderti. Viaggio nel popolo sommerso, Nottetempo, Roma 2003, pp 20-21

Barcone foto di G. Lotti
Foto di G. Lotti

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